Giornali di bordo dell'Isola di Pasqua: James Cook, 1774

James Cook fu il terzo europeo a sbarcare a Rapa Nui.

Il diario di James Cook sulla sua visita all'Isola di Pasqua nel 1774

Il capitano James Cook, ritratto di Nathaniel Dance-Holland
Il capitano James Cook, ritratto di Nathaniel Dance-Holland

Questo testo è tratto dal libro A Voyage Towards the South Pole and Round the World, Volume 1, pubblicato nel 1777 da James Cook, in cui l'autore pubblica il diario che tenne durante il suo secondo viaggio intorno al mondo, negli anni 1772-1775, con le navi Resolution e Adventure.

Autore: James Cook
Commenti: Marcus Edensky

CAPITOLO VII

Seguito della traversata dalla Nuova Zelanda all'Isola di Pasqua e fatti ivi accaduti, con il resoconto di una spedizione per esplorare l'interno del paese e la descrizione di alcune delle sorprendenti statue gigantesche trovate sull'isola.

Marzo 1774

L'11, alle otto del mattino, fu avvistata terra dalla testa d'albero, a ovest, e a mezzogiorno dal ponte, estesa da O. 3/4 N. a O. quarta S., a circa dodici leghe di distanza.

Il 13, verso le otto del mattino, il vento, che era stato variabile per gran parte della notte, si stabilì da S.E. e soffiò a raffiche, accompagnato da pioggia; ma non passò molto tempo prima che il tempo si rimettesse al bello. Poiché il vento soffiava ora dritto sulla costa sud-orientale, che non offre il riparo che avevo creduto all'inizio, decisi di cercare un ancoraggio sui lati occidentale e nord-occidentale dell'isola. Con questo intento poggiai attorno alla punta meridionale, al largo della quale si trovano due isolotti, il più vicino alla punta alto e aguzzo, l'altro basso e piuttosto piatto. Doppiata la punta, e giunti davanti a una spiaggia sabbiosa1, trovammo fondali di trenta e quaranta braccia, fondo sabbioso, a circa un miglio dalla riva. Qui una canoa, condotta da due uomini, venne verso di noi. Portavano un casco di banane, che fecero salire a bordo con una corda, e poi tornarono a riva. Questo ci diede una buona opinione degli isolani e ci fece sperare di ottenere qualche rinfresco, di cui avevamo gran bisogno.

1) Anakena.

Avendo ancorato troppo vicino al ciglio di un banco, verso le tre del mattino seguente una fresca brezza di terra ce ne allontanò; al che si salpò l'ancora e si fece vela per riguadagnare il banco. Mentre la nave bordeggiava per rientrare, scesi a terra, accompagnato da alcuni dei gentiluomini, per vedere che cosa l'isola potesse offrirci. Sbarcammo sulla spiaggia sabbiosa, dove erano radunate alcune centinaia di nativi, così impazienti di vederci che molti di loro vennero a nuoto incontro alle imbarcazioni. Nessuno di loro aveva in mano neppure un bastone o un'arma di alcun genere. Dopo aver distribuito tra loro qualche ninnolo, facemmo segno di volere qualcosa da mangiare, al che portarono alcune patate, banane e canne da zucchero, e le scambiarono con chiodi, specchi e pezzi di stoffa.

Ci accorgemmo ben presto che erano ladri tanto esperti, e tanto imbroglioni negli scambi, quanto qualsiasi altro popolo incontrato fino ad allora.

Prima di salpare dall'Inghilterra, ero stato informato che una nave spagnola aveva visitato quest'isola nel 17691.

1) Don Felipe González nel 1770.

Vicino al luogo dove sbarcammo c'erano alcune di quelle statue già menzionate, che descriverò altrove.

La mattina seguente, di buon'ora, mandai i tenenti Pickersgill ed Edgecumbe con un gruppo di uomini, accompagnati da diversi gentiluomini, a esplorare il paese.

Lasciarono la spiaggia verso le nove del mattino e presero un sentiero che attraversava l'isola verso il lato sud-orientale, seguiti da una gran folla di nativi che li incalzava da vicino. Ma non erano andati lontano quando un uomo di mezza età, tatuato dalla testa ai piedi e con il viso dipinto con una specie di pigmento bianco, comparve con una lancia in mano e si mise a camminare al loro fianco, facendo segno ai suoi compatrioti di tenersi a distanza e di non molestare i nostri. Quando fu riuscito abbastanza bene nell'intento, issò sulla lancia un pezzo di stoffa bianca, si pose in testa al gruppo e fece strada con la sua insegna di pace, come la interpretarono. Per la maggior parte del tragitto il terreno aveva un aspetto sterile, essendo un'argilla secca e dura, coperta ovunque di pietre; ma nonostante ciò vi erano diversi grandi appezzamenti coltivati a patate e alcuni filari di banani, ma non videro frutti su nessuno degli alberi. Verso la parte più alta dell'estremità meridionale dell'isola il suolo, una fine terra rossa, sembrava molto migliore, vi cresceva un'erba più alta e non era coperto di pietre come nelle altre parti; ma qui non videro né case né piantagioni.

Sul lato orientale, vicino al mare, incontrarono tre piattaforme in muratura di pietra, o piuttosto le loro rovine.

Da questo luogo seguirono la direzione della costa verso N.E., sempre preceduti dall'uomo con la bandiera.

In una piccola conca, nella parte più alta dell'isola, trovarono diversi cilindri come quelli posti sulla testa delle statue.

Sul pendio del monte rivolto a ovest trovarono un altro pozzo, ma l'acqua era fortemente minerale, aveva in superficie una densa schiuma verde e puzzava in modo intollerabile. La necessità, tuttavia, costrinse alcuni a berne; ma ben presto stettero così male che la rimisero per la stessa via da cui era entrata.

In tutta questa escursione, come in quella del giorno precedente, si videro soltanto due o tre arbusti.

CAPITOLO VIII

Descrizione dell'isola, dei suoi prodotti, della sua posizione e dei suoi abitanti; loro usi e costumi; congetture sul loro governo, sulla religione e su altri argomenti; con un resoconto più particolareggiato delle statue gigantesche.

Marzo 1774

Non videro alcun animale di nessun genere e pochissimi uccelli; né, in verità, alcunché che possa indurre navi che non si trovino in estrema necessità ad approdare a quest'isola.

Questo resoconto dell'escursione lo ebbi dal signor Pickersgill e dal signor Wales, uomini sulla cui veridicità potevo contare; e decisi perciò di lasciare l'isola la mattina seguente, poiché non vi si poteva ottenere nulla per cui valesse la pena di trattenermi più a lungo; infatti l'acqua che avevamo mandato a bordo non era molto migliore che se fosse stata attinta dal mare.

Avemmo bonaccia fino alle dieci del mattino del 16, quando si levò una brezza da ovest, accompagnata da forti rovesci di pioggia che durarono circa un'ora. Poi, rasserenatosi il tempo, facemmo vela, ci portammo al largo e continuammo a bordeggiare avanti e indietro, mentre un ufficiale veniva mandato a terra con due imbarcazioni per acquistare i rinfreschi che i nativi avessero eventualmente portato; giudicavo infatti che così sarebbe stato, poiché non sapevano nulla della nostra partenza. I fatti dimostrarono che non mi sbagliavo: le imbarcazioni fecero infatti due viaggi prima di notte, quando le issammo a bordo e facemmo vela verso N.O., con una leggera brezza da N.N.E.

Darò ora qualche ulteriore notizia di quest'isola, che è senza dubbio la stessa a cui approdò l'ammiraglio Roggewein nell'aprile del 1722, sebbene la descrizione che ne danno gli autori di quel viaggio non corrisponda affatto a come appare ora. Potrebbe anche essere la stessa avvistata dal capitano Davis nel 1686; poiché, vista da est, corrisponde assai bene alla descrizione di Wafer, come ho già osservato. Insomma, se non è questa la terra, la sua scoperta non può trovarsi lontano dalla costa dell'America, giacché questa latitudine è stata ben esplorata dal meridiano 80 al 110. Il capitano Carteret la portò assai più in là; ma la sua rotta pare essere stata un po' troppo a sud. Se avessi trovato acqua dolce, avrei inteso trascorrere alcuni giorni a cercare l'isola bassa e sabbiosa in cui s'imbatté Davis, il che avrebbe chiarito la questione. Ma non avendo trovato acqua, e dovendo compiere un lungo tragitto prima di essere certo di procurarmene, ed essendo a corto di viveri freschi, rinunciai alla ricerca; poiché un piccolo ritardo avrebbe potuto avere gravi conseguenze per l'equipaggio, molti dei quali cominciavano a essere più o meno colpiti dallo scorbuto.

Nessuna nazione ha bisogno di contendersi l'onore della scoperta di quest'isola, poiché ci possono essere pochi luoghi che offrano meno comodità alla navigazione.

Tali sono i prodotti dell'Isola di Pasqua, o Terra di Davis, situata alla latitudine di 27° 5' 30" S. e alla longitudine di 109° 46' 20" O.

1) Toromiro, lat. Sophora toromiro, noto localmente come Toromiro.

Per questo, e per gli altri inconvenienti già menzionati, solo la necessità indurrà qualcuno ad approdare a quest'isola, a meno che non lo si possa fare senza allontanarsi molto dalla rotta; nel qual caso fermarsi qui può essere vantaggioso, poiché la gente cede volentieri e prontamente i rinfreschi che ha, e a buon prezzo. Certamente traemmo gran beneficio dal poco che ottenemmo; ma poche navi possono giungere qui senza aver bisogno d'acqua, e a questo bisogno qui non si può provvedere. La poca che imbarcammo non si poté usare, essendo soltanto acqua salata filtrata attraverso una spiaggia sassosa in un pozzo di pietra; i nativi l'avevano fatto a questo scopo, poco a sud della spiaggia sabbiosa tante volte menzionata, e l'acqua vi entrava e ne usciva con la marea.

2) Gelso da carta, lat. Broussonetia papyrifera, noto localmente come Mahute.

Gli abitanti di quest'isola non sembrano superare le sei o settecento anime, e più di due terzi di quelli che vedemmo erano maschi.

Per colore, lineamenti e lingua hanno una tale affinità con i popoli delle isole più occidentali che nessuno dubiterà che abbiano avuto la stessa origine.

Molti di loro, ormai, non hanno altra conoscenza gli uni degli altri se non quella conservata da un'antica tradizione; e col passare del tempo sono diventati, per così dire, nazioni diverse, ciascuna delle quali ha adottato qualche usanza o abitudine particolare ecc. Tuttavia un osservatore attento vedrà presto l'affinità che ciascuno ha con l'altro. In generale, la gente di quest'isola è di corporatura snella. Non vidi un uomo che misurasse sei piedi: tanto sono lontani dall'essere giganti, come afferma uno degli autori del viaggio di Roggewein. Sono vivaci e attivi, hanno bei lineamenti e volti non sgradevoli; sono cordiali e ospitali con gli stranieri, ma inclini al furto quanto i loro vicini.

Il tatuaggio, ovvero la punteggiatura della pelle, è qui molto diffuso.

Il loro vestiario consiste in uno o due pezzi di stoffa trapuntata, di circa sei piedi per quattro, o in una stuoia.

1) Cook si riferisce al paoa, una corta mazza con due volti scolpiti ai lati dell'impugnatura.

Le loro case sono capanne basse e misere, costruite piantando nel terreno dei bastoni verticali, a sei o otto piedi di distanza, poi piegandoli l'uno verso l'altro e legandoli insieme in cima, formando così una specie di arco gotico. I bastoni più lunghi sono posti al centro e quelli più corti da una parte e dall'altra, a minore distanza tra loro, sicché l'edificio è più alto e più largo al centro e più basso e più stretto verso ciascuna estremità. A questi se ne legano altri in orizzontale, e il tutto viene coperto con foglie di canna da zucchero. La porta si trova al centro di uno dei lati, fatta come un portico, e così bassa e stretta da lasciar entrare un uomo appena carponi. La casa più grande che vidi era lunga circa sessanta piedi, alta otto o nove piedi al centro e tre o quattro a ciascuna estremità; la sua larghezza in quei punti era quasi pari all'altezza. Alcuni hanno una specie di case a volta costruite in pietra e in parte sotterranee; ma non entrai mai in una di queste.

1) Il termine corretto è 'ariki.

1) Mōai.

2) 'Ariki.
3) mo: per o poter; ai: esistere; il vero significato è quindi poter esistere o affinché egli/ella possa esistere. Tuttavia, poiché le statue moai sono pietre funerarie dei capi defunti, la traduzione di Cook non è molto lontana dalla verità.

Oltre ai monumenti dell'antichità, piuttosto numerosi e situati solo sulla costa o nelle sue vicinanze, c'erano molti piccoli cumuli di pietre, ammucchiati in diversi punti lungo la costa.