Questi sono i giornali di bordo del viaggio dello spagnolo Don Felipe González, compiuto per ordine di Sua Eccellenza il Señor Don Emanuel de Amat, viceré del Perù. La spedizione partì da Lima, in Perù, con la nave di Sua Maestà (H.M.) San Lorenzo, al comando del Commodoro Don Felipe González, e la fregata Santa Rosalia, al comando del capitano Don Antonio Domonte. Durante questa spedizione Rapa Nui, allora chiamata Isola di David, fu annessa alla Spagna. La Spagna dimenticò presto questa annessione, sia per la posizione remota di Rapa Nui sia perché non vedeva alcun vantaggio nel possedere l'isola.
Ufficiale Don Francisco Antonio de Agüera y Infanzon, primo pilota
Trascritto, tradotto e curato da Bolton Glanvill Corney. Pubblicato nel 1908.
File sorgente (.pdf): The voyage of Captain Don Felipe González to Easter Island 1770-1, pp. 181-196

Giovedì 15. Alle cinque del mattino facemmo vela, spiegando tutta la tela, en vuelta de uno, con l'orizzonte nuvoloso; ma alle sette e mezza si rasserenò e avvistammo terra davanti a noi.
Trovandoci in questa posizione, la punta orientale dell'isola era a Ovest, rilevamento vero; e calcolando la distanza percorsa dall'osservazione di mezzogiorno mi trovai alla lat. 27° 2', e questa dovrebbe essere la vera posizione della punta est dell'Isola di David, per quanto riguarda la latitudine2; e quanto alla longitudine, poiché a mezzogiorno di oggi mi trovavo a 267° 2' da Tenerife, e poiché avevamo navigato con lievissime deviazioni sullo stesso meridiano, restava un solo miglio di differenza, tenuto conto del fatto che eravamo a quella distanza dalla terra. Dico pertanto che, secondo i miei calcoli eseguiti durante la traversata, la punta più orientale dell'Isola di David si trova a 27° 2' di latitudine S. e a 267° 1' di longitudine da Tenerife, e quindi rispetto all'isola di San Lorenzo, al largo del Callao, giace a O.S.O. 6° S. ed E.N.E. 6° N.E., a una distanza di 625 leghe da 20 al grado; e a 38° a ovest del meridiano di Copiapó, e di conseguenza a 680 leghe dal continente cileno. Il profilo dell'isola rivolto a est si estende per circa 14-16 miglia, e le punte meridionale e settentrionale si trovano a E.N.E. e O.S.O.2
1) La posizione reale è 4 ½ miglia più a sud e 22 miglia più a est, prendendo come punto di riferimento Capo O'Higgins.
2) Questi rilevamenti andrebbero probabilmente invertiti, oppure andrebbero scambiate le parole «meridionale» e «settentrionale».
Oltrepassata la punta più settentrionale, ci apparve un'altra baia che si addentrava verso O.N.O. e che sembrava più comoda della prima: mettemmo i pennoni a collo e il Commodoro calò la sua lancia, mandandola armata nella detta baia e segnalandoci di fare lo stesso. Alle quattro e mezza del pomeriggio la nostra lancia partì con Don Juan Bentuza1 Moreno, capitano dei Batallones, e il guardiamarina Don Joseph Morales, scortati da dodici soldati, un sergente e due caporali muniti di munizioni. Si imbarcarono anche il pilota costiero della fregata e un aiutante pilota, con gli strumenti del loro mestiere, e si diressero verso la baia, dove la lancia del Commodoro stava già effettuando scandagli. Restammo con vele ridotte, bordeggiando in brevi bordate, in attesa del ritorno della squadra di esplorazione, che al tramonto si ritirò, mentre noi a bordo ci spingevamo oltre il centro della baia per andarle incontro. Vedemmo numerosi nativi sulla spiaggia. L'ancoraggio che trovarono è del tutto privo di riparo e il fondale è di cattiva qualità. Passammo la notte con poca vela, mettendoci a tratti in panna, tenendoci all'altezza della baia.
1) «Juan Bentuza» è evidentemente un errore del copista per Buenaventura.
Venerdì 16. Al sorgere del sole osservai la declinazione dell'ago e annotai 2° 30' a N.E.
Questo pomeriggio cominciai a scandagliare la baia, e il fondale che trovammo non è dei migliori per garantire la sicurezza delle navi.
1) Un estadal o estada equivale a quattro varas di circa 33 pollici ciascuna, cioè 11 piedi.
Sabato 17. Il vento si mantenne debole da N.E. a N. Oggi moltissimi nativi di entrambi i sessi salirono a bordo delle due navi; li trovammo molto schietti e piacevoli; la maggior parte portava banane, radici, polli ecc., e offriva di buon grado i miseri brandelli di vestiario e gli altri beni che aveva addosso, fino a restare con un misero perizoma di fibra o di cotone o di qualche materiale simile, con un diadema o una corona o un pennacchio di penne di gallo o di alghe secche. Le donne usano gli stessi indumenti e, per distinguere il loro sesso, si coprono il capo con un curioso copricapo di foglie di palma [ojas] o di giunchi sottili. Sono, come gli uomini, insistenti nel chiedere; ma tutti cedono con la stessa franchezza qualunque cosa possiedano, e le donne giungono a offrire, con gesti di invito, tutti gli omaggi che un uomo appassionato possa desiderare. Né sembrano in ciò trasgredire, secondo l'opinione dei loro uomini; poiché questi ultimi anzi ce le offrono come segno di attenzione. Non avendo avuto occasione di indagare sulle usanze che osservano in materia coniugale [propagazione], si può solo dedurre che le donne che vedemmo siano tenute in comune tra loro, sebbene notassimo che gli uomini più anziani e più importanti conservano in ciò una certa preferenza, poiché sono sempre loro ad accompagnarle e a offrirle, e a loro le donne prestano obbedienza, e non ai giovani, con i quali non le abbiamo mai viste in compagnia. Sicché si nota un comportamento più modesto tra i giovani e le ragazze che tra gli anziani.
Le ragazze sono di indole modesta, poiché, pur con tutta la loro nudità, riescono sempre a coprirsi il seno ecc. il più possibile.
1) Il palmo castigliano, o spanna, equivale a 8 1/3 pollici.
Non vedemmo mai messo alla prova il loro coraggio, ma sospetto che siano pusillanimi; non possiedono armi, e sebbene su alcuni notassimo diverse ferite sul corpo, che credemmo inflitte da strumenti da taglio di ferro o d'acciaio, scoprimmo che erano provocate da pietre, che sono le loro uniche [armi di] difesa e di offesa, e poiché la maggior parte di esse è tagliente1 producono le ferite suddette.
1) Ossidiana.
Costruii per prova un arco con una freccia, debitamente incordato, e quando lo porsi a uno di quelli con le cicatrici, egli se lo mise subito in testa come ornamento e poi se lo appese al collo con grande gioia, ignorandone del tutto l'uso e l'effetto. Fecero lo stesso con un coltello e con una sciabola, che afferravano indifferentemente per la punta o per l'elsa.
Mi pare che abbiano ministri o sacerdoti per i loro idoli; perché osservai che il giorno in cui erigemmo le croci, quando i nostri cappellani accompagnavano le sacre immagini, vestiti con la tonaca e la cotta, cantando le litanie, numerosi nativi si fecero avanti sul sentiero e stesero i loro mantelli, mentre le donne offrivano galline e pollastre, e tutti gridavano Maca Maca, trattandoli con grande venerazione finché non ebbero superato le rocce che ingombravano il sentiero che percorrevano.
1) Il palmo castigliano, o spanna, equivale a 8 1/3 pollici. 8 ½ palmos corrispondono quindi a 6 piedi meno un pollice.
2) 6 piedi e 5 pollici.
3) 6 piedi e 6 ½ pollici.
Domenica 18. I nativi continuarono a radunarsi a bordo in numero maggiore dei giorni precedenti, tanto che oggi sulla fregata ce ne sono stati più di 400. Tra uomini e donne si accalcavano in tale folla che fu necessario mandarne via alcuni per far posto ad altri, poiché non potevamo contenerli tutti a bordo. Oggi a mezzogiorno osservai con la massima cura la latitudine di questa baia, che trovai essere di 27° 26'; e in questo stesso giorno cominciai a farne uno schizzo, con il profilo, le vedute e scandagli esatti, per costruirne una carta il più accurata possibile, che potesse servire da guida e da documento per il futuro; anche se va detto che, a causa di alcuni impedimenti, non fu possibile fissare a terra una linea di base per le operazioni trigonometriche.
Lunedì 19. Alle 10 del mattino le nostre lance comparvero dalla parte orientale dell'isola, e la nostra scialuppa fu incaricata di rimorchiare la nostra, che aveva il vento contrario. Il Commodoro fece lo stesso per la sua. La nostra lancia giunse sottobordo all'una del pomeriggio, con tutto il suo equipaggio, dopo aver compiuto l'intero periplo dell'isola; e in questo modo si ottenne il resoconto seguente.
Nel pomeriggio di questo giorno, durante un piovasco con poco vento da S.O., il nostro cavo si spezzò, essendosi consumato completamente contro una roccia di corallo, i cui frammenti vennero su incastrati tra i trefoli delle due estremità spezzate. Passammo la serata a prepararci per il giorno seguente, in cui dovevamo sbarcare solennemente, prendere possesso dell'isola e piantarvi tre croci che erano state preparate a questo scopo a bordo della nave del Commodoro.
Martedì 20. Il giorno spuntò con l'orizzonte coperto e vento debole da E.S.E., con raffiche occasionali; ma il Commodoro decise di portare comunque a effetto la spedizione progettata, e a tal fine furono distaccati per scendere a terra 250 uomini, tra truppe e marinai, ben armati e al comando di Don Alberto Olaondo, primo tenente e capitano di fanteria di marina, con altri ufficiali e sottufficiali, e con istruzioni di inoltrarsi verso il lato occidentale dell'isola per fare una ricognizione delle campagne circostanti e attirare in quella direzione l'attenzione dei nativi mentre le tre suddette croci venivano piantate su tre collinette che si trovano all'estremità orientale.
Questa precauzione non fu presa per timore che i nativi potessero opporsi all'esecuzione [del nostro progetto], ma solo per evitare il tumulto con cui accompagnano ogni loro operazione, poiché ci sarebbero stati talmente d'impaccio da rallentarci considerevolmente. Mentre le lance e le imbarcazioni portavano a terra il primo gruppo di uomini, si preparava il secondo, di numero simile e comandato da Don Buenaventura Moreno, primo tenente e capitano di fanteria di marina, con gli ufficiali necessari, tra i quali fui incluso io per ordine del Commodoro, allo scopo di stabilire i segnali e le basi adatti per tracciare la pianta più esatta e la linea costiera più fedele di questa baia, e per fissare la posizione delle alture più notevoli dell'isola.
Quando le imbarcazioni del primo gruppo tornarono, partimmo nello stesso ordine, scortati dalle truppe di questa fregata, accompagnando le tre croci a bandiere spiegate e a suon di tamburo. In questo modo, e in ottimo ordine, giungemmo a una piccola baia che si trova a est, scelta per lo sbarco perché offriva l'unico tratto di spiaggia adatto in tutta la rada. Sbarcammo qui senza incontrare alcun ostacolo e fummo accolti da un considerevole raduno di nativi, che manifestarono grande allegria, con molte grida. Formato il gruppo, insieme agli uomini in armi, ci mettemmo in marcia accompagnati dai nativi, che si prestarono di buon grado a portare le croci, cantando e danzando a modo loro lungo il cammino. Facemmo tutto il giro della baia con una certa fatica, poiché il terreno era aspro e accidentato, benché pianeggiante, mentre un gran seguito di nativi continuava a radunarsi intorno a noi fino ai piedi dell'altura, dove la maggior parte di loro ci lasciò a causa della salita faticosa e prolungata. All'una e mezza giungemmo nel luogo dove dovevano essere piantate le croci, e la cerimonia si concluse con piena esultanza, dopo la benedizione e l'adorazione delle sacre immagini da parte di tutta l'assemblea, vedendo la quale i nativi compirono la stessa cerimonia. Piantate le croci sulle rispettive colline, fu issata la bandiera spagnola e, messe le truppe sull'«Attenti!» con le armi, Don Joseph Bustillo, capitano in seconda, prese possesso dell'isola di San Carlos con le consuete cerimonie in nome del re di Spagna, nostro signore e sovrano Don Carlos III, in questo giorno, il 20 novembre 1770. La procedura fu debitamente attestata con le formalità di rito; e a maggior conferma di un atto così solenne alcuni dei nativi presenti firmarono o attestarono il documento ufficiale tracciandovi alcuni caratteri nella loro forma di scrittura. Poi acclamammo il re sette volte, cui seguì una triplice scarica di moschetteria da parte di tutto il reparto e, infine, le nostre navi salutarono con 21 colpi di cannone. Conclusa la cerimonia, e radunati tutti in ordine di marcia, tornammo nello stesso luogo dove eravamo sbarcati e dove ci attendevano le nostre lance e imbarcazioni. Con queste fummo riportati a bordo, e tutti gli ufficiali, uno dopo l'altro, porsero le loro felicitazioni e congratulazioni al Commodoro, che fissò allora per il giorno seguente la partenza dalla baia, essendo ormai felicemente conclusa la sua missione.
Inutile dire che gli isolani furono terrorizzati dal fragore dei cannoni e della moschetteria: è quello che deve accadere a gente che non ha mai usato né visto simili invenzioni.
Immagino che i mantelli o gli scialli dei suddetti isolani siano fatti con le fibre dei fusti del banano, che, una volta secche, mettono insieme come conviene al loro scopo1: non è tessuto, ma unito con fili dello stesso materiale che infilano in aghi d'osso grandi come quelli di un sarto. Con questa stessa fibra fanno lenze da pesca, e anche reti simili alle nostre reticelle, ma poco resistenti.
Hanno pochissimo legname; ma se piantassero alberi non ne mancherebbe; e credo che vi crescerebbe persino la pianta del cotone, essendo il paese molto temperato, e anche il grano, le piante da orto, le erbe da cucina ecc. Tingono di giallo i loro mantelli.
Il 21 a mezzogiorno prendemmo il mare da quest'Isola di David: navigammo per circa 70 leghe verso ovest per vedere se in quella direzione vi fossero altre terre.
Sottotenente Don Juan Hervé, primo pilota, o ufficiale di rotta anziano, della San Lorenzo
Trascritto, tradotto e curato da Bolton Glanvill Corney. Pubblicato nel 1908.
File sorgente (.pdf): The voyage of Captain Don Felipe González to Easter Island 1770-1, pp. 208-218
Il 15, alle cinque del mattino, spiegammo tutte le vele, e alle sette avvistammo un'isola a N.O. da noi, a 8-10 leghe di distanza. Ci dirigemmo verso di essa e, trovandoci a circa tre leghe dalla sua costa orientale, vedemmo che era tutta scoscesa e cinta di scogli; per questo a mezzogiorno decidemmo di poggiare verso il lato settentrionale per vedere se vi trovassimo qualche porto. In quel momento la nostra posizione, accertata con l'osservazione, era lat. 27° 15' S. e long. 264° 20', sicché l'altra punta1 doveva trovarsi a 27° 06' di lat. Sud, e quindi 34° 10' a ovest del meridiano del Callao, misurati sull'arco, ovvero l'equivalente di una corda di 30° 30'. A quest'isola demmo il nome di San Carlos, quello del re regnante.
Dal 6 novembre 82, giorno in cui avvistammo le procellarie, fino all'arrivo all'isola di San Carlos, navigammo verso O. per 86 leghe, e le sterne furono avvistate per la stessa distanza nello stesso periodo.
1) Cioè la punta N.E. dell'isola.
2) Potrebbe trattarsi di un errore del copista. Il giorno in cui furono registrate le procellarie era il 10. Agüera, nel suo giornale, le menziona il 12 come incontrate il giorno precedente. Lo stesso Gonzalez non le menziona nel suo giornale di bordo.
Dal 13 del suddetto mese, quando vedemmo tanti uccelli, e tra loro quelli bianchi e il primo di questi, continuammo a navigare verso O. per 32 leghe; e da quando vedemmo i piovanelli [chorlitos] fino all'isola navigammo per 10 leghe, sicché quando li vedemmo l'isola si trovava a N.O. da noi, a 13 ½ leghe di distanza; per questo, dopo aver avvistato i piovanelli e l'isola, navigammo su quella rotta: queste osservazioni interessano soltanto i navigatori.
Il 16, alle cinque e mezza del mattino, mi allontanai dal fianco della nave con il cutter e andai a posizionarmi dove si trovava l'ancoraggio delle imbarcazioni, per servire da segnale alla nave, che entrò e diede fondo in 35 ½ braccia, sabbia grossa; e calata un'altra ancora in 50 braccia, si girò con 28 braccia sotto la chiglia, stesso fondale. I punti di riferimento per questa posizione sono la collinetta a forma di sella a S. 3° O., con Capo San Lorenzo a E. 1/4 S.E. 3° E. secondo l'ago, che in questa località ha 3° di declinazione N.E.
Mentre facevo da segnale, come detto, in attesa dell'arrivo della nave, tre nativi vennero a nuoto, [con il corpo] dipinto di vari colori, e si tennero vicino all'imbarcazione, gridando di continuo, finché uno di loro si avvicinò tanto da porgermi un pezzetto di igname: gli diedi un po' di galletta e di tabacco, che accettò. Portava le sue provviste in una sacca ben intrecciata di paglia fine. Quando la nave diede fondo, i tre tornarono a riva, ma ritornarono con un altro, nuotando dritti verso la nave, a bordo della quale salirono con grande agilità, gridando tutto il tempo e mostrando grande allegria. Correvano liberamente da prua a poppa, pieni di gioia, arrampicandosi sul sartiame come marinai. [I nostri] suonarono per loro la coxa e il piffero, ed essi si misero a ballare, mostrando grande piacere. Furono dati loro nastri, camicie, pantaloni, casacche da marinaio e piccole croci di metallo dorato: accettarono tutto con gioia; la galletta la ricevettero senza commenti finché non videro i nostri mangiarne. Piacque loro molto e allora ne chiesero, e si dedicarono senza riserve a consumare carne di maiale salata, riso ecc.
Il suddetto 16 novembre, all'una del giorno, ci imbarcammo sulla lancia Don Cayetano Lángara, primo tenente, Don Pedro Obregon, guardiamarina, un sergente, un caporale di fanteria di marina, un cannoniere, alcuni fanti di marina e io, tutti armati ed equipaggiati per il servizio, con l'ordine di compiere il giro completo dell'isola insieme alla lancia della Rosalia, con il suo ufficiale Don Demetrio Ezeta, primo tenente, ciascuna munita di un cannoncino girevole a prua. Ci mettemmo a scandagliare, dando nomi alle punte, alle baie ecc., come indicato sulla pianta dell'isola. Alle sei e mezza di sera ci fermammo in un'insenatura che chiamammo con il nome di Lángara: tentammo di sbarcare, ma non fu possibile, poiché il mare si frangeva con tanta forza lungo tutta la riva, rocciosa in ogni punto; e per il resto della giornata l'unico luogo adatto allo sbarco che trovammo fu l'insenatura di San Juan, che aveva una spiaggia sabbiosa. Non vi rivelammo la nostra presenza, per non perdere tempo. Ritenemmo che dovesse avere abbondanza di acqua dolce, perché vi vedemmo più ghiaia [chacaras] che in qualsiasi altra parte dell'isola. Vi trovammo anche il miglior ancoraggio per le navi.
Il 17 del suddetto [mese] il giorno spuntò con l'orizzonte sereno e una moderata brezza da est. Alle cinque del mattino partimmo con entrambe le lance e facemmo vela verso il Capo San Antonio. Mezza lega prima di raggiungere il capo arrivammo all'altezza di una punta, al largo della quale c'era una quantità di scogli o massi che spuntavano dall'acqua; e vedemmo che due piccole canoe uscivano di mezzo a essi con due uomini ciascuna, dirigendosi verso la lancia della Santa Rosalia; così li aspettammo perché si unissero al nostro gruppo. Diedero agli uomini della detta lancia banane, peperoncini, patate dolci e polli; e in cambio i nostri diedero loro cappelli, chamorretas ecc., e se ne tornarono soddisfatti a riva. Queste canoe sono costruite con cinque tavole strettissime (poiché nel paese non c'è legname spesso), larghe circa una cuarta1; sono perciò così instabili da essere munite di un bilanciere per evitare che si capovolgano; e credo che siano le uniche di tutta l'isola. Sono unite con cavicchi di legno al posto dei chiodi. Passammo poi a esaminare gli isolotti rocciosi a cui demmo il nome di «Lángara»: si trovano a S.O. 1/4 S. dal capo San Cristoval, quello verso il largo a circa un miglio da quel promontorio e quello verso terra a metà strada. Distano circa mezza gomena l'uno dall'altro, e vi trovammo 26 braccia, fondale roccioso. Quello di mezzo somiglia a un alto campanile; tentammo di mettervi piede, ma lo trovammo poco accessibile. Passammo a quello esterno, dove riuscimmo a sbarcare, e su cui trovammo due grandi masse di alghe, molte selci nere, alcuni ricci di mare e piccoli granchi, uova di gabbiano e i loro piccoli. Solo su questi scogli vedemmo gabbiani, e a eccezione dei polli non vedemmo nessun'altra specie di uccelli né sugli altri isolotti né sull'isola di San Carlos, piccoli o grandi, selvatici o domestici. Gli isolani allevano questi polli in piccoli recinti scavati nel terreno e coperti di paglia.
1) Una cuarta è un quarto di vara, o iarda, e si può tradurre approssimativamente con «spanna».
Esaminati questi isolotti, proseguimmo la rotta lungo la costa, a volte a vela, altre volte a remi; e, persistendo il vento contrario, alle tre del pomeriggio ci dirigemmo verso un tratto di battigia tranquillo, a circa una lega a N.E. di Capo San Francisco. Qui decidemmo di fermarci per la notte in una piccola baia che ci parve adatta allo scopo, e a cui demmo il nome di Baia della Grotta, perché accanto alla spiaggia ce n'era una con solchi di vari colori, da cui i nativi ci fecero capire a gesti che ricavavano i pigmenti con cui si dipingono. Questa baia è adatta solo alle lance. Scendemmo tutti a terra a mangiare il pranzo, che avevamo portato con noi a questo scopo, e un centinaio circa di nativi vennero a guardare, offrendoci frutta e galline. L'ufficiale Don Cayetano de Lángara diede ordine ai nostri che nessuno, pena una severa fustigazione, accettasse alcun oggetto dagli isolani senza dare in cambio qualcosa di equivalente, o di maggior valore di quanto riceveva, poiché si sapeva che c'era disponibilità a scambiare oggetti; e così in effetti si fece.
1) Un 'xeme', cioè jeme, la distanza tra la punta del pollice e la punta dell'indice.
2) Senza dubbio si riferisce alla curcuma, una pianta comune nella maggior parte delle isole del Pacifico.
La mattina del 18 spuntò bella, con vento da nord: proseguimmo lungo la costa, tutta battuta dalla risacca, scandagliando man mano. Alle 8 la lancia della fregata, non riuscendo ad avanzare contro il vento, entrò in una piccola baia ad aspettare che si calmasse; e noi raggiungemmo a remi l'insenatura della Campana1 alle 5 del pomeriggio, per trascorrervi la notte. Vi scendemmo a terra e alcuni isolani vennero ad accoglierci, ma un acquazzone ci fece tornare alla lancia per la notte. Sul lato di questa insenatura rivolto verso il promontorio di San Felipe, uno scoglio a forma di campana sporge dalla riva, e da esso l'insenatura prende il nome.
1) Cioè insenatura della Campana = Caleta de la Campana.
Il 19, all'alba, facemmo vela con vento da N. e bel tempo verso il promontorio di San Felipe, dove ci raggiunse l'altra lancia, che riferì di non avere novità. In quel momento lottavamo contro la corrente, che scorreva verso est e contro la quale non riuscivamo ad avanzare a remi. La lancia della fregata, più piccola della nostra, riusciva a procedere meglio di noi, e quelli a bordo, vedendoci lottare contro l'ostinazione della corrente, ci mandarono il cutter con un equipaggio fresco per dare il cambio ai nostri uomini, che erano sfiniti. Eppure la corrente si faceva sentire con tanta forza che, dopo aver remato dalle 9 del mattino fino alle 6 di sera, ci eravamo allontanati appena una lega da Capo San Felipe. A quell'ora, però, Dio ci favorì con un temporale accompagnato da pioggia e da un cambio di vento da N.O. a S.E., che ci riportò sottobordo alle sette e mezza, concludendo così la nostra spedizione senza altre avventure oltre a quelle già narrate.
Ci convincemmo che la rada in cui eravamo all'ancora è la migliore di tutta l'isola, eccetto quella di San Juan, dove non ci trasferimmo perché avremmo lasciato di lì a poco questo paese, dato che non ci restava che prenderne possesso in nome del Re.
1) «Leonda» nel manoscritto; evidentemente si intende di nuovo il capitano Olaondo.
Il 20, all'alba, tutti i marinai in armi si imbarcarono sulle lance e sui cutter di entrambe le navi, al comando di Don Alberto Olaondo1, capitano della fanteria di marina, con il suo reparto di fanti di marina e quelli della fregata, che insieme formavano 250 uomini. Tutti si diressero verso l'interno dell'isola per esplorare il paese. Il nostro comandante [segundo capitan] Don José Bustillos2 andò con un altro reparto di fanti di marina e marinai e con i due cappellani, che portavano con sé tre croci da erigere su tre colline che, come si può vedere sulla pianta, si trovano nella punta N.E. dell'isola.
2) «Jose Gustillo» nel manoscritto; evidentemente si intende Josef Bustillos.
Un gran numero di abitanti nativi li accolse allo sbarco e si offrì di aiutare i nostri ufficiali a scendere a terra, cosa che in effetti fecero; e si presero cura delle tre croci, che portarono fin sulle dette colline, mentre i cappellani cantavano le litanie e gli isolani si univano ai nostri nei responsori, ora pro nobis. Nel momento in cui si scavava la buca sulla collina centrale sgorgò una bella sorgente d'acqua dolce, molto buona e abbondante. Piantate le croci, il reparto sparò tre scariche di moschetteria e le navi risposero con ventun colpi di cannone ciascuna al grido gioioso di Viva el Rey. Gli isolani risposero insieme ai nostri; pronunciano con tale facilità che ripetono qualunque cosa venga detta loro proprio come noi. Compiuta questa impresa, tornammo tutti a bordo.
Le donne usavano scialli o mantelli: uno che le copre dalla vita in giù e un altro intorno al seno. Ve ne sono anche altre che portano soltanto un cencio o una striscia di qualche radice, che si mettono davanti come gli uomini. Hanno diverse capanne molto basse e piccole, e alcune come quella menzionata per prima.
In tutta l'isola, ma specialmente vicino alla spiaggia, ci sono alcuni enormi blocchi di pietra a forma di figura umana. Sono alti circa dodici iarde, e credo che siano i loro idoli. Non sopportavano di vederci fumare sigari: pregavano i nostri marinai di spegnerli, e così facevano. Ne chiesi a uno il motivo, ed egli fece segno che il fumo saliva verso l'alto; ma non so che cosa significasse né che cosa volesse dire.
Immagino che i mantelli o gli scialli dei suddetti isolani siano fatti con le fibre dei fusti del banano, che, una volta secche, mettono insieme come conviene al loro scopo1: non è tessuto, ma unito con fili dello stesso materiale che infilano in aghi d'osso grandi come quelli di un sarto. Con questa stessa fibra fanno lenze da pesca, e anche reti simili alle nostre reticelle, ma poco resistenti.
Hanno pochissimo legname; ma se piantassero alberi non ne mancherebbe; e credo che vi crescerebbe persino la pianta del cotone, essendo il paese molto temperato, e anche il grano, le piante da orto, le erbe da cucina ecc. Tingono di giallo i loro mantelli.
1) Il materiale era in realtà la corteccia interna bianca del gelso da carta (Broussonettia papyrifera), e il filo usato per unire i pezzi era probabilmente ricavato dalla corteccia dell'Hibiscus tiliaceus. Un ufficiale di marina spagnolo può ben essere scusato per essere caduto in questo errore, poiché l'impiego della fibra di Musa textilis, a lui nota come abacá e a noi come «canapa di Manila», gli era senza dubbio capitato sotto gli occhi nelle Filippine; e forse anche le sue manovre correnti erano fatte di quella fibra già a quei tempi.
Il numero degli abitanti, di entrambi i sessi, sarà all'incirca da novecento a mille anime: e di queste pochissime sono donne (non credo che arrivino a settanta) e pochi i ragazzi. Hanno il colorito di un quarterone, capelli lisci e barba corta, e non somigliano affatto agli indiani del continente sudamericano; e se indossassero abiti come i nostri potrebbero benissimo passare per europei. Mangiano pochissimo e hanno pochi bisogni: fanno del tutto a meno di qualsiasi bevanda alcolica.
Il 21 a mezzogiorno prendemmo il mare da quest'Isola di David: navigammo per circa 70 leghe verso ovest per vedere se in quella direzione vi fossero altre terre.
Dalla longitudine di 263° 31' facemmo rotta a est fino a 281° lungo il parallelo di 38 ½°, senza incontrare alcun segno; e da quella posizione proseguimmo per Chiloé.
